Dagli archivi di Radio Stereo Carnia: la leggenda dell’Albero di Natale in lingua carnica (1979)

Il recupero degli archivi sonori di Radio Stereo Carnia ci regala spesso perle di rara bellezza che rischiavano di andare perdute. È il caso di questo racconto in lingua carnica, trasmesso originariamente dai microfoni di Radio Stereo Carnia il 23 dicembre 1979, durante il programma “Ator pà Cjargne” condotto da Dario e Amelia.

In questa registrazione, la voce di Amelia ci conduce in un tempo lontano, tra le nevi e le tradizioni della Carnia, per svelare con estrema dolcezza la “vera” origine dell’albero di Natale. Un documento prezioso non solo per il valore linguistico, ma per la capacità di restituirci l’atmosfera e lo spirito di un’epoca in cui la radio era il cuore della comunità.

La liende de l’arbul di Nadâl

«I vuel contâus une liende: tantis a son lis liendis su l’origjin de l’arbul di Nadâl. Encje jo ai cjatade cheste, dolce dolce, encje se no sai cui ca la à scrite.

Un timp lontan lontan, la gnot di Nadâl, lis cjampanis a sunavin: a jerin chesc’ di un paisût taponât de nef. Cûl aglieute dute iluminade, spietave la int ca las a messe di miezegnot. Lis tjasinis da vile a jerin invezit scuris e cuetis; dentri a jerin restâts dome i fruts pui piçui.

“Uffa”, as borbotavin, “no nus pâr just che duc’ a vadi a tor legros lassanus bessôi, bessôi in cjase e par di pui tal liet sensa podei durmî pal tant sctampanotâ”.

Cussì disint, i fruts ai evarin dai lôr ietuz e larin a cucâ sclipignand i nasuz su i veris piturâz dal glaz dai barcons. Smiçand cun vois spalancâz, l’alegri va e ven onc’ i viai cornizâz di sîs luminosis. Chesc’ sîs no jerin altri che i lumins che ogni paisan al puartave cun sé lant in glesie.

Insome, ai fruts acresseve simpri pui la malinconie. E cuanc’ che in fin a sintirin lis notis dal orgjen confundi si ta gnot insieme al sun dai sunadôrs pastôrs, ecco che chel grop ca vevin tal cûr si disfaceve e dai lôr vois a rodolavin lagrimis lustris e grossis come coculis, bagnand chei veris di chei barcons ca parerin cussì ben piturâz dal glaz.

Ma ecco che cualchidun as jere inacuart: e chei a jerin i agnuluz ca a son dongje a duc’ i fruts di ogni paîs, di ogni fede e di ogni raçe. E chesc’ agnuluz a decidirin in subit di fa alc par fa content chesc’ fruts. As svolarin in subit tal bosc a cjoli i piçui peç e, tchantju cu lis mans, a impiarin mil lusôr e po’ a ciumarin lis balutis rossis dal agrifuei e lis piciarin sui ramaz di ches peçuz.

Fini de lavôr, as svolarin a puartâ un arbul in ogni cjase. La malinconie a deventave alegre come par incant.

Da chel Nadâl, as pènse, ca veti vût origjin cheste biele usance de l’arbul di Nadâl. In ogni cjase as viôt un arbul, pui o mancul grant, pui o mancul biel, comunque cul biel simbul di fieste, di contentece, di armonie e di tantis alegries, e sore dut di tantis, ma tantis fratelancis».

Traduzione in italiano

Voglio raccontarvi una leggenda: tante sono le leggende sull’origine dell’albero di Natale. Anch’io ne ho trovata una, molto dolce, anche se non so chi l’abbia scritta.

Tanto tempo fa, la notte di Natale, le campane suonavano a festa. Erano quelle di un paesino coperto di neve. Con la chiesetta tutta illuminata, la gente aspettava di andare alla messa di mezzanotte. Le casette del paese erano invece scure e silenziose; dentro erano rimasti solo i bambini più piccoli.

“Uffa”, borbottavano, “non ci sembra giusto che tutti vadano in giro allegri lasciandoci soli, soli in casa e per di più a letto senza poter dormire per tutto quel suono di campane”.

Così dicendo, i bambini sgusciarono dai loro lettini e andarono a curiosare schiacciando i nasini sui vetri dipinti dal gelo delle finestre. Guardando con gli occhi spalancati, vedevano l’allegro andirivieni lungo i sentieri bordati da scie luminose. Quelle scie non erano altro che i lumini che ogni paesano portava con sé andando in chiesa.

Insomma, ai bambini cresceva sempre più la malinconia. E quando infine sentirono le note dell’organo confondersi nella notte insieme al suono dei pifferai pastori, ecco che quel nodo che avevano nel cuore si scioglieva e dai loro occhi rotolavano lacrime lucide e grosse come noci, bagnando quei vetri di quelle finestre che sembravano così ben dipinti dal gelo.

Ma ecco che qualcuno se ne era accorto: e quelli erano gli angioletti che sono vicini a tutti i bambini di ogni paese, di ogni fede e di ogni razza. E questi angioletti decisero subito di fare qualcosa per rendere felici quei bambini. Volarono subito nel bosco a prendere dei piccoli abeti e toccandoli con le mani accesero mille luci, poi raccolsero le palline rosse dell’agrifoglio e le appesero sui rami di quegli alberelli.

Finito il lavoro, volarono a portare un albero in ogni casa. La malinconia diventava allegria come per incanto.

Da quel Natale, si pensa, abbia avuto origine questa bella usanza dell’albero di Natale. In ogni casa si vede un albero, più o meno grande, più o meno bello, comunque con il bel simbolo di festa, di contentezza, di armonia e di tante allegrie, e soprattutto di tanta, ma tanta fratellanza.


Registrazione originale dall’archivio di Radio Stereo Carnia (Radio Carnia Srl), conservato dalla Famiglia Gobbo.

Nota sulla trascrizione: il lingua carnica è caratterizzato da una fortissima frammentazione linguistica. Ogni vallata e spesso ogni singola frazione possiede varianti fonetiche e lessicali proprie. La parte scritta cerca di essere il più possibile fedele alla pronuncia originale, ma la grafia del carnico non è standardizzata e può variare. Chi riconosce imprecisioni o ha suggerimenti è invitato a scrivere ad archivio@radiostereocarnia.it.

Sito ufficiale: radiostereocarnia.it

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